Ecomafie e roghi tossici – Intervista esclusiva a Lirio Abbate, giornalista "antimafia" de L'Espresso

Il giornalista "antimafia" de L'Epresso Lirio Abbate

Si è appena conclusa un’estate difficile per il territorio compreso tra la provincia di Napoli e quella di Caserta, un territorio che ha oramai acquisito la denominazione di “Terra dei Fuochi”, in quanto martoriato dai ripetuti, reiterati e consuetudinari roghi tossici, oltre un migliaio nel corso degli ultimi 4 mesi. A bruciare non sono solo sterpaglie, come avviene da decenni secondo una pratica diffusa dei contadini, ma soprattutto rifiuti speciali e pericolosi, i cui costi di smaltimento, piuttosto elevati, possono essere abbattuti in maniera decisiva attraverso la pratica illegale dei roghi. Le drammatiche conseguenze di queste sciagurate operazioni, fortemente redditizie per la criminalità organizzata, si ripercuotono sui terreni agricoli e d’allevamento, sulle falde acquifere e sull’aria che tutti noi respiriamo, il cui inquinamento mina in maniera preoccupante la salute dei cittadini.

Non è per nulla casuale che, nonostante attualmente non sia stato ancora istituito un registro ufficiale dei tumori, diversi dati dimostrino un allarmante aumento delle neoplasie nell’area interessata dal fenomeno. Quello dei roghi tossici è solo uno dei tanti volti dell’ecomafia, che secondo il rapporto di Legambiente fattura ben 23 miliardi di euro all’anno, facendo registrare il maggior numero di reati ambientali nel Sud Italia, in particolare nelle regioni Campania, Puglia, Sicilia e Calabria.

Nel corso del Festival del Giornalismo giovane di Napoli, Ambiente Quotidiano ha intervistato sull’argomento il giornalista “antimafia” de L’Espresso Lirio Abbate.

 

Il problema dello smaltimento dei rifiuti urbani sembra al momento superato, ma la crescita del fenomeno dei roghi tossici pone nuovamente l’accento sul problema rifiuti, soprattutto in termini di rischi per la salute degli abitanti. Ad un cittadino che subisce i disagi generati dalle ecomafie, cosa consiglierebbe di fare? Scappare, magari?

“Non bisogna scappare. Quella della fuga è la soluzione più semplice da poter adottare, ma anche quella meno intelligente. Bisognerebbe cominciare a raccontare i comportamenti di illegalità a cui si assiste, denunciare, far muovere le acque, farlo tutti”.

Bisogna continuare ad avere fiducia nelle istituzioni quindi, altrimenti le denunce restano poche o servono a poco.

“Assolutamente, oggi le istituzioni sono cambiate, a Napoli stesso c’è un netto miglioramento in questo senso. Ci sono esempi pratici che dimostrano che denunciando ottieni. Se tutti noi facessimo una piccola parte, si potrebbe arrivare non dico a debellare, ma quantomeno ad incrinare determinati fenomeni criminali”.

Un movimento di denuncia a dire il vero è già fortemente attivo, mi riferisco in particolare a “La Terra dei Fuochi”, oltre che alle associazioni ambientaliste sparse sul territorio. Da parte delle istituzioni, però, la risposta è stata finora insufficiente: il Ministro Clini ha annunciato recentemente provvedimenti, ma i roghi continuano. Fa scalpore poi, il governo abbia bloccato l’istituzione del registro tumori in Campania, nonostante l’approvazione del Consiglio regionale.

“Quando dico di denunciare non mi rivolgo alla politica, ma faccio riferimento ad istituzioni come le forze di polizia o la magistratura. La politica resta la politica. Il caso dell’Ilva di Taranto può rappresentare un monito in tal senso. L’aumento della mortalità dovuta ai tumori, la presenza di polveri visibili ad occhio nudo, la moria degli animali, sono fenomeni cosi evidenti che hanno fatto registrare un livello di saturazione e invivibilità tale da dover intervenire. Che si consideri il caso dell’Ilva una dimostrazione per far si che si intervenga anche qui, prima di raggiungere le stesse condizioni”.