Bioplastica al guscio di gambero

Bioplastica dal guscio di gambero

Per la maggior parte della sua vita è un rifiuto. Rimane sulla Terra 100-1000 anni ma nella metà dei casi viene impiegata per produrre articoli monouso ed imballaggi, gettati entro un anno.

E così la plastica si vendica. Si fotodegrada rilasciando particelle tossiche sempre più piccole, contamina suolo e mari ed entra nella catena alimentare per ingestione da parte di animali terrestri ed acquatici.

È leggera, chimicamente inerte, versatile ed ormai indispensabile per i paesi sviluppati e per quelli in via di sviluppo. L’avvento delle materie plastiche ha infatti sconvolto comportamenti ed abitudini quotidiane, contribuendo al progresso di importanti settori come edilizia e comunicazioni.

La cosiddetta “Era della plastica” è iniziata nella seconda metà del novecento e, con una produzione di circa 200 milioni di tonnellate annue, è ben lontana dal concludersi. Come sottoprodotto della filiera del greggio, la plastica tradizionale è normalmente ottenuta a prezzi molto bassi per via delle economie di accorporazione e di scala nonché per la quasi secolare storia della petrolchimica nel mondo. In realtà questi costi dovrebbero essere appesantiti dalle spese per il trattamento dei rifiuti plastici o per il loro mero incenerimento, causa tra l’altro dell’emissione di diossine, ma tali oneri sono sostenuti dallo Stato e ricadono quindi sulla collettività. Come se non bastasse il suo devastante impatto ambientale, la plastica sintetica sarà a breve anche economicamente svantaggiosa per l’invitabile rincaro dovuto all’esaurimento della materia prima. È ora di cambiare rotta. E la tecnologia sembra da tempo aver aperto un’altra strada.

Si parla di bioplastiche, identiche alla plastica sintetica per leggerezza e resistenza ma ricavate da materia organica ed in grado di decomporsi per azione degli agenti naturali: nessuna traccia dopo appena 5 anni. I materiali finora esistenti derivano però dalla lavorazione delle biomasse (mais, frumento, barbabietola) impossibili da produrre in quantità tali da soddisfare l’attuale domanda.

Dal Wyss Institute di Harvard la svolta: usare materiali di scarto per ottenere la bioplastica.

Una bioplastica prodotta dal chitosano, polisaccaride a catena lunga responsabile della durezza del carapace di gamberi e altri crostacei ma anche della resistenza e della flessibilità delle ali di farfalle. Scartato o usato come fertilizzante, questo composto chimico permette ora di fabbricare anche complesse forme 3D. Sembra che in natura ci sia già tutto, basta copiare.

Claudia Ferrario