Biomasse al 15% su 40% di energia elettrica da rinnovabili in Italia. Tutte le novità a BioEnergy Italy

bioenergy2016

Le opportunità offerte dalle biomasse, sia dal punto di vista della produzione di energia, sia come base per nuovi materiali e nuovi prodotti bio-based, sono al centro dei tre Saloni contemporanei BioEnergy Italy, Green Chemistry Conference and Exhibition, e Food Waste Management Conference, in programma alla Fiera di Cremona fino al 22 aprile.

Il concetto dell’economia circolare è al centro del dibattito sullo sfruttamento delle biomasse. Un circuito virtuoso che passa anche sotto il nome di economia circolare e che riconduce come destinazione finale alla terra ciò che dalla terra aveva avuto origine. Non solo. Le ricadute sociali ed economiche di questo processo possono avere un impatto molto positivo. Pensiamo alla possibilità, peraltro ormai abbastanza diffusa, di aprire il mercato dell’energia agli operatori agricoli favorendo una diversificazione e un’integrazione del reddito, senza dimenticare l’opportunità di sfruttare le zone marginali contenendo l’esodo dalle campagne.

E’ un mondo in buona parte ancora da esplorare, in cui, come dicevamo prima, la ricerca scientifica e l’innovazione tecnologica giocano un ruolo fondamentale. A iniziare dal livello di diffusione e dall’evoluzione dei processi di conversione delle biomasse.

Dalle biomasse non si ottiene solo energia, anche se in Italia quella elettrica prodotta da fonti rinnovabili supera il 40% del totale

“Nel nostro Paese, attualmente, oltre il 40% dell’energia elettrica prodotta arriva dallo sfruttamento delle fonti rinnovabili – spiega Giacobbe Braccio, Responsabile della Divisione Bioenergia, Bioraffineria e Chimica Verde dell’Enea – una percentuale importante all’interno della quale il 15% è coperto dalle bioenergie”. La potenza totale installata da quest’ultime è di circa 4.000 MWe con una produzione di circa 19 TWh (totale in Italia circa 280 TWh), caratterizzata da un’elevata percentuale prodotta da impianti di potenza medio/grande che spesso utilizzano biomassa importata. Pertanto, per agevolare l’utilizzo di biomasse locali, l’orientamento delle recenti normative è quello di favorire la realizzazione di piccoli impianti in assetto co-trigenerativo, il tutto inteso anche come un’opportunità di sviluppo economico e creazione di nuovi posti di lavoro”.

L’Europa ha stabilito che entro il 2030 le bioplastiche dovranno coprire il 30% dei fabbisogni

In aggiunta all’utilizzo energetico delle biomasse, secondo Braccio, una grande potenzialità sta nella possibilità di utilizzarle come materie prime per la chimica convenzionale come ad esempio la produzione di bioplastiche “che in base a una normativa europea – puntualizza il ricercatore – entro il 2030 dovranno coprire il 30% dei fabbisogni. Il tutto rientra nel grande tema della bioraffineria intesa come studio dei sistemi tecnologici in grado di utilizzare una grande varietà di biomasse per ottenere, mediante processi integrati, un ampio ventaglio diprodotti ed energia nelle varie forme. Un orientamento che deve essere effettuato senza andare in conflitto con le produzioni alimentari, contribuendo invece a renderle più solide e sostenibili in un’ottica di riduzione dei costi di produzione.

La produzione di biomassa destinata alla produzione di bioplastiche potrà arrivare anche dal recupero di terreni incolti e/o marginali

Su queste tematiche l’Enea è molto impegnata sia in progetti di ricerca e di supporto a grandi operatori industriali sia su specifici progetti di ricerca all’interno del Cluster Tecnologico Chimica Verde. E’ dunque in questa direzione che si sta lavorando, cercando di convertire verso questo settore terreni marginali o incolti – conclude l’ingegner Braccio – non dimenticando che negli ultimi 25 anni, in Italia, sono andati perduti qualcosa come 5 milioni di ettari di terreno agricolo coltivato. Questo processo di conversione, purtroppo, non è semplice a causa della grande parcellazione della proprietà agricola e della produttività/ha che difficilmente supera le 25-30t./ha di sostanza secca, un quantitativo che si traduce in un valore a bocca d’impianto di non oltre 1500euro/ha. Una cifra che depurata delle spese vive, purtroppo, non corrisponde a un’adeguata redditività per l’agricoltore”.